Con buona pace di molti, io sono figlio degli anni ottanta, con tutto ciò che ne consegue, in bene e in male. Era un epoca che percepivamo come più semplice; probabilmente perché ero regazzetto e la mia visione del mondo non andava oltre al caffelatte con le macine e a bim bum bam.
Era un’epoca in cui l’Italia scopriva di avere i soldi, di avere il sogno italiano, che non è quella minchiata americana da sfigati della casettina in periferia, mogliettina e cane, ma una roba più aggressiva da yuppie, trading miliardario in borsa e serate a rum e cocaina che neanche Lu Colombo.
Era un’epoca tremendamente consumista, in cui la televisione neonata ci bombardava di pubblicità con un unico sottotesto comune: comprami, comprami, comprami.
Non me ne si può fare una colpa, quindi, se da quando a milano sono arrivati i negozi di Tiger sono diventato loro assiduo cliente.
Questo posto maledetto da dio mi ha attirato con colori e luci,mi ha trattenuto con la liquirizia salata, e ogni tanto mi stupisce con oggetti dall’indubbio valore morale, etico ed ecoonomico come questi:
Inoltre regalano splendidi incontri; Ieri mattina ero in centro con Kya e becco questo drappello di disgraziati minorenni che frugava il negozio in cerca di qualcosa. C’era quello che doveva essere un po’ il maschio beta del gruppo con in mano un timer da cucina che cercava senza successo di spiegare agli altri che “oh questo è un timer quello che quando finisce il tempo fa drin”, mentre il resto del gruppo lo ignorava come solo le statue di marmo; non tanto per l’idiotico commento, quanto perché la sua presenza non veniva totalmente registrata.
Forse era il maschio omega.
Sempre da Tiger, ma in un’altra location con compagnia differente (nick), mentre valutavo o meno se acquistare un cappello a tuba (alla fine no perché non abbastanza alto) vediamo questo signore in carne, più alto di me (quindi tranquillo sul metro e novanta), cicciottello e pelato che prova un cappellino di paiette fucsia.
Niente di male fin qui; non fosse che il signore canticchiava la musica che diffondevano gli altoparlanti, che in quel momento diceva “i’m coming out – I want the world to know, I want to let it show”.
E anche li niente di male.
Se non fosse che lo chiama la moglie dicendo “Vieni Armando, andiamo”. Non sono sicuro fosse Armando ma il nome calza.
Signora mia, non credo che suo marito stesse cantando, credo che le stesse proprio dicendo: I’m coming out.
Questo basterebbe, per un giorno, non fosse che non basta (ahimè). In mattinata affrontiamo la Fnac alla ricerca di un mouse per Kya, ed assisto al seguente scambio tra un ragazzino e quello che credo fosse lo zio fico:
“come si fa a fare un hacker”
“eh?”
(“eh?” anche io, davanti a loro in fila, mi giro a metà e vedo il giovinotto sui 14 e l’accompagnatore sui 30)
“no ascolta; voglio sapere come si fa a diventare un nerd”
“Ehm..”
(“oh gesù”, fra me e me)
“io voglio diventare l’acher dei videogiochi!”
“in che senso?”
(qui lo zio vede i miei occhi, capisce che il nipote viene sentito mentre dice un mare di stronzate. cercherà di tagliare la sua prossima uscita quattro volte, ma il bimbo instancabile alla fine riesce a dire:)
“l’altro giorno coi miei amici su cod no entriamo in un server e c’è questo che aveva tutto al massimo tutte le vite (?) tutte le armi e non riuscisi a ucciderlo era proprio che non moriva!! E allora dopo l’abbiamo aggiunto e ci ha detto che è un hacker di cod ma non ci può dire come fa se no magari lo beccano”
Ah, beata gioventù.