Cicli Vitali e Figure Barbine

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Quando ho accettato lo sprone a mantenere attivo un blog anche dopo il mio rientro dalla terra del Canada, mi sono detto: un post ogni due giorni o sei una merda. ma che dico; la merda è meglio!

In questo mio piano malefico, degno solo dell’Artiglio o di Boss Hog, non ho calcolato che la mia vita è dettata da cicli imperturbabili, scolpiti non tanto nel granito dell’eternità quanto nella pastella incerta del mio futuro; i Turni.

I miei Turni sono così tremendi che meritano la maiuscola.

I miei Turni sono così tremendi, che l’anno scorso Attila ha dovuto cercare lavoro altrove perchè non ce la faceva.

I miei Turni sono così duri, ma così duri, che per compilare il file usiamo il diamante industriale.

I miei Turni sono così insostenibili che pure l’Esatri mi manda le cartoline di condoglianze.

I miei Turni ad un certo punto del mese contengono tre o quattro notti di fila; in questo periodo non esco di casa, mi riduco a un paguro e passo il mio tempo libero avvolto nel pigiama avvolto nella coperta, seduto sulla sedia, a giocare ai giochi elettronici (“giochi elastici per bimbi spastici”, direbbe mia sorella in un periodo meno politically correct) o a guardare l’internet che si forma davanti ai miei occhi.

Tutta roba interessante, ma di cui ha poco senso scrivere in un blog.

Un blog che peraltro mi obbliga a pucciarmi in mezzo ad umanità varia e colorata, un esercizio che non posso dire di amare; Ma lo faccio per voi, miei fedeli un lettore (che poi sono io, che revisiono in cerca di errori, e quando li trovo mi mando mail in cui seccato puntualizzo typo evidenti).

Oggi per esempio, sono andato nuovamente a giocare a Paintball; interessante, ma sen’è già parlato.

Va detto che abbiamo provato un campo nuovo, ed io e il buon jacopo abbiamo fatto le manovre dei veri commando sull’argine, nella roggia, e nel roveto, che alla fine sembravamo i due pirla di contra.

Contra-Cover

chiaramente, io e jacopo

A poco è valso un borghese inno al rispetto d’una regola vetusta che mai s’è seguita come quella del catturare la bandiera, quando le legioni della nostra armata mimetica ormai cingevano d’assedio la forza d’invasione della squadra nera, in una sapiente manovra a pinza avanti-dietro.

Ma sto divagando.

ho deciso che, tentando di mantenere una schedule di ogni due giorni, quando non avrò niente di che parlare vi racconterò alcune delle mie imponenti, monumentali figure di merda.

La mia collezione in questo campo fa invidia alle Figuracce di Lupo Alberto, un reperto dei tempi che furono che i giovani d’oggi manco sanno cos’è.

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in questa foto: l’ingenuità di una generazione che incollava foto tagliate in due a pagine di un canovaccio malpreso

Sono troppe, ed in continua evoluzione, perché siano tutte raccolte e catalogate; ve ne racconterò giusto alcune, che nella mia mente sono ancora vive oggi, ad anni di distanza.

Correva l’anno del signore in cui andavo in università; ero dunque un giovanotto di vent’anni, ancora scevro di quelle regole di vita tipo “fatti i cazzi tuoi” che si imparano pian piano. Stavo vagando dalle parti di san babila, per andare in facoltà (era l’epoca, ahimè, di Scienze Politiche; quindi Via Conservatorio), quando mi viene innanzi una ragazza vestita con una gonna lunga, di quelle che strusciano un po’ a terra, brutta ma veramente brutta.

Era così brutta che pure quelli che vendono i libri e le collanine e gli abbonamenti ai libri di collanine facevano finta di non vederla.

Era così brutta che il prete di San Carlo è uscito dal portone credendo che ci fosse bisogno di lui

Era così brutta che attraverso gli anni, pure i miei Turni si sono un po’ straniti.

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circa così, ma peggio

Non saprei dire oggi se era una macchia di velluto nero con patch di jeans e tessuto delle tende, o una macchia di jeans con patch di tessuto nero e delle tende. una roba insostenibile, di quelle che ti metti solo se hai perso una scommessa o se ti vesti al buio.

Con la delicatezza che mi contraddistingue, guardo la ragazza che si avvicina e penso, “cristo santo che gonna di merda”, nel momento esatto in cui ci incrociamo.

No.

Aspetta.

“Penso” è quando il suono è solo quello della voce dentro la testa. “Penso” non prevede le orecchie. Se le orecchie sentono, ho parlato ad alta voce. Mentre era vicina.

Rimango bloccato, sconvolto dalla mia stessa mancanza di tatto, e mi giro paonazzo. Lei sta ancora camminando, ma più lentamente. Si gira. è Paonazza anche lei. Mi giro di scatto, e scappo come un ladro.

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