Quattrocento Parole

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Terry Pratchett un bel giorno disse, come faccio a scrivere? Lo faccio. Per tre anni, ogni giorno, almeno quattrocento parole al giorno.

I più attenti di voi si saranno accorti che no, non sono Terry Pratchett. Ma il consiglio è sempre valido; tutti gli scrittori che sono arrivati da qualche parte sostengono che l’unico vero segreto sia scrivere. Che è normale dubitare di se stessi, odiare quel che s’è scritto, ma l’importante è scrivere.

Eccoci qui, dunque.

D’estate, come sempre, il caldo mi costringe a lunghe notti insonni in cui riprendo in mano i miei molteplici, infiniti progetti lasciati a metà, e il primo e più importante per me rimane sempre il blog.

Perché dopotutto, anche se temo le critiche e vorrei sempre scrivere qualcosa che piacesse a tutti, i blog mi piacciono. Da regazzino imparai a parlare html per tirare in piedi un blog prima, ed un webcomic poi (una roba spaventosa, con i frame, testo bianco su sfondo nero; non fatemici pensare. Il webcomic, poi… tre uscite di fumettino bufo su ultima online, che hostavo ma non disegnavo né scrivevo. Bei tempi).

Non posso dire che bloggare sia per me rilassante; ho cancellato questa frase tre volte, e ancora non mi piace. Tralaltro, “bloggare” è una parola di cui non so se fidarmi. Si dice che il peggior critico siamo noi stessi; effettivamente, tendo ad essere molto meno delicato nei miei confronti di quanto non lo sia quando critico gli altri (e questo dovrebbe dirvi tutto quello che c’è da sapere su cosa succede all’interno della mia testa).

E comunque il risultato è questo, quindi forse c’è spazio per altra asprezza.

L’ultimo mio post su questo blog dipingeva una grama situazione su Reddit e sull’internet in genere; non vi invito a leggerlo, dato che l’ho scritto un anno fa e come tutto quello che ho scritto in passato è malfatto, odioso e detestabile.

Dopo un anno, quindi, torno a scribacchiare sciocchezzuole per allietare i viaggi metropolitani degli amici.

Il problema diventa però: scrivere di cosa? Un tempo, quando vivevo sui turni e galleggiavo mezzo addormentato per milano a orari improponibili (in pigiama a far la spesa alle undici del mattino, in pigiama di rientro dall’ufficio alle sette e mezzo tra i pendolari, vestito di tutto punto addormentato sulla metro alle due del pomeriggio) la mia città mi regalava spettacoli irripetibili. L’animale uomo mi si mostrava senza veli; davanti al mio sguardo a mezz’asta, ogni maschera cadeva per mostrarmi l’orrore personale di ciascuno di noi; purtroppo, ho perso questa capacità quando ho guadagnato un bioritmo naturale.

Cos’è cambiato in quest’anno? Lavoro ancora in synthesis. Sono tornato in giappone. Dormo ancora quasi sette ore per notte, e in settimana ricomincio a correre. Non penso ancora i novanta chili che vorrei, ma ci siamo quasi. Ho ancora i soliti problemini a gestire la rabbia, anche se sto cercando di avvicinarmi ad un approccio zen-ma-a-me-in-fin-dei-conti-che-cazzo-me-ne-frega alla vita.

Ed ho ricominciato a scrivere.

Questa cosa delle scrivere per me è sempre stata un cruccio.

“quando avrò un portatile scriverò di più”, mi dicevo. Mi sono preso un eeepc apposta, ma non l’ho mai usato “per scrivere”. Il mio secondo portatile ora è in ufficio, come postazione di backup. Il mio tablet viene usato durante i viaggi, ma in poche altre occasioni. Sto pensando di comprarmi un altro portatile, perché evidentemente non ho ancora capito la lezione.

“mi manca il tempo”, dicevo quando il mio lavoro mi obbligava a turni di nulla cosmico di otto roe. Non scherzo; alcune domeniche le ho passate testimone di un’inbox immota, rispondendo alle telefonate di un reperibile che ci chiedeva se stesse succedendo qualcosa, dato che il nostro silenzio lo preoccupava.

Mettiamola così; l’inventiva, per trovare una scusa per evitare di sedermi alla tastiera e scrivere, non mi è mai mancata. Si tratta solo di trovare il modo di incanalarla in “scrivere le cose bufe che fan ridere la gente”.

E il problema è proprio quello, credo; se volessi scrivere un racconto, o qualcosa del genere, non avrei la preoccupazione di piacere che ho in questo momento. Un racconto può piacere o non piacere. Il genere può essere di nicchia, e insomma, ci sono un sacco di motivi, giustificazioni e scuse per cui un racconto può piacere o meno. Ma se scrivi qualcosa che dovrebbe far ridere, e non fa ridere, insomma, c’è qualcosa che non va.

Per esempio, niente di quello che ho scritto nelle 719 parole precedenti a questa mi fa ridere. Ok, va detto che non ci sto provando (non so dove sto andando a parare con questo post, e si vede), ma comunque non è un buon segno.

Potrei cercare di ingannarmi dicendo “ah ah, ma tanto io scrivo per me stesso, chemmifrega”, ma se fosse vero non starei scrivendo questa frase su un blog cher sta su uin sito che verrà linkato su un social network. Sappiamo tutti che sto scrivendo anche per ricevere il più ambito dei premi, un like. E magari, un giorno lontano, uno share. O un like da qualcuno che non conosco. O un commento.

Un brivido mi sale lungo la schiena alla sola idea.

Alla fine, l’unico modo che ho per costringermi a scrivere, però, è questo; essere accountable. Se, per esempio, mi impegnassi a scrivere da due a tre post alla settimana, di minimo quattrocento parole l’uno, per un periodo non inferiore ad un mese, poi mi sentirei obbligato a farlo – o ad ammettere che, forse, la mia forza di volontà non è così forte come pensavo, e insomma, alla fine è meglio una partitella ad Overwatch, dai. Che la giornata è stata pesanta.

L’unico modo che ho per produrre qualcosa è aver generato aspettative in qualcuno.

E quel qualcuno siete voi.

Quanta fortuna.

(vi prometto che in futuro cercherò di farvi ridere)

 

 

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